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Padre Francesco Piras, un gesuita zen

pirasI suoi corsi di meditazione sono stati seguiti da almeno 10.000 persone.  No, non è un monaco buddista o uno swami indiano. E’ un gesuita, si chiama Padre Francesco Piras ed è nato a Villanova Monteleone nel lontano febbraio del 1915. Quando ha iniziato a insegnare meditazione nel 1982 aveva appena 40 allievi, quasi tutti studenti universitari, e non c’erano neppure testi in italiano che parlassero di filosofia orientale. Oggi invece i suoi allievi si contano a migliaia.  Con loro  riempie puntualmente il teatro di via Ospedale a Cagliari. Tutte persone accolte senza distinzione di sesso, età o condizione sociale  o fede religiosa. Ha anche fondato una scuola di meditazione dove si insegna zen, meditazione camminata, esercizi riguardanti il rilassamento e la concentrazione, la respirazione, la corretta postura, la visualizzazione e training autogeno nei suoi vari livelli. “La scuola è un movimento che ha a cuore la diffusione della spiritualità nella vita quotidiana delle persone. I metodi di meditazione appresi a lezione, oltre ad apportare un benessere psico fisico nelle persone, predispongono ad uno stile di vita più profondo e consapevole.”, dal sito http://www.scuoladimeditazione.eu. Un sito di cui consigliamo la visione e, soprattutto,  la lettura di questa intervista a Padre Piras pubblicata su l’Unione Sarda del 13 ottobre 2002:

“Oggi parlare di Oriente è di moda. Ma quando lei cominciò il terreno doveva essere assai meno fertile.
«Vent’anni fa fuori dalla Sardegna c’erano solo due centri tenuti da cristiani e uno da buddisti italiani. Tutti volevano fare proseliti. A Cagliari non c’era niente, ho intuito che si dovesse fare qualcosa. Ho cercato di presentare la meditazione come un fatto autentico, senza chiedere nulla se non il benessere fisico e spirituale della persona».

Come fu accolta la sua idea dagli altri gesuiti?
«Con una diffidenza che con l’andare degli anni è diventata sempre meno forte. Ora i miei superiori sono felicissimi di questa iniziativa».

Anche se chi la segue non è necessariamente cattolico, o praticante…
«Lo scopo non è quello, ma la naturale conseguenza è che quando si sviluppa la parte spirituale si diventa più seri. Parlo della serietà di una vita cristiana o laica improntata a principi etici forti».

Perché tante persone si avvicinano a questa pratica orientale?
«Per curiosità, per ridurre lo stress, per avere una pace interiore. In questa nostra società sopraffatta dal materialismo e dalla violenza forse abbiamo il desiderio di fermarci».

Eppure, tra i cinquecento cagliaritani che ogni anno si iscrivono al primo corso, c’è qualcuno che si ritira…
«La meditazione fa paura perché ti fa entrare in te stesso e ti rende libero».

La libertà non è mai gratuita, significa soffrire, scontrarsi.
«Sì, ma bisogna affrontare la realtà come è, non come ce la immaginiamo. Aspettative, delusioni, questo ci fa ammalare».

Vent’anni di meditazione come hanno inciso sul maestro?
«Sono più riflessivo, più concentrato, e anche più sano».

L’ideale di saggezza?
«Affrontare la vita, sapendo che le cose sono così. Se uno ha una fede sa che la vita è guidata da Dio».

E chi non ha questa fede?
«Sa che in una relazione umana giusta si può trovare la pace».

Preferisce un tiepido o un ateo?
«Un ateo coerente, dotato di una forte coscienza. È la strada per avvicinarsi a Dio».

Ama il tuo prossimo come te stesso significa anche amare noi stessi. Come ci possiamo amare davvero?
«Amare se stessi significa migliorarsi, rispettarsi, e perdonarsi».

Il senso di colpa fa tanti danni…
«Io penso che bisogna imparare ad accettare gli sbagli. Guardandoli in faccia, ci miglioriamo senza sforzo».

In che cosa le persone dimostrano stupidità?
«Viviamo troppo concentrati sui nostri problemi, dovremmo stare più appresso agli altri».

Che cos’è la tolleranza?
«Una parola che non mi piace. La tolleranza ti fa sentire superiore, l’apertura invece ti fa capire che il bello è anche altrove, non appartiene solo a noi».

Questo riguarda anche il rapporto tra religioni e culture diverse: non crede che troppo spesso si identifichi l’Islam con il fondamentalismo e il terrorismo?
«Niente di più sbagliato, il Corano parla di amore».

Si può accettare la morte anche se non si crede in Dio e in un’altra vita?
«Epicuro diceva che non bisogna avere paura della morte, perché quando c’è lei non ci siamo noi, e quando ci siamo noi non c’è lei. La verità è che Dio ci aiuta a vivere ed è anche padre. Dio è amore, e chi ama – dice Matteo – è salvo».

 

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji, ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen. Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi.

«È ricolma. Non ce n’entra più!».
«Come questa tazza», disse Nan-in, «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».

È una delle storie Zen che padre Piras racconta ai suoi allievi, all’inizio dei corsi, per far capire loro l’importanza di avere una mente sgombra da pensieri e giudizi. Entrare dentro se stessi significa fare il vuoto. E si può farlo – utilizzando le giuste tecniche – anche se si è circondati da cinquecento persone, tutte con gli occhi chiusi, il respiro regolare, la schiena ben dritta, le mani abbandonate sul grembo. In questa dimensione del silenzio, corpo e anima si incontrano in perfetta armonia, la persona diventa più consapevole di sé, fa suo, col tempo, un diverso modo di vivere, basato sul “lasciare che le cose accadano” orientale e non sull’interventismo occidentale.

Apprendere l’arte della meditazione non è facile, occorre serietà ed esercizio. E soprattutto una grande dose di pazienza.”

 

 di Ferdinando Gaeta

 

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